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CURIOSITÀ -  Giovedì  27/12/2007

CAPRIOLO

Capreolus capreolus Linnaeus, 1758

Superordine: Ungulati (Ungulata) Ordine: Artiodattili (Artiodactyla) Sottordine: Ruminanti (Ruminantia) Famiglia: Cervidi (Cervidae) Sottofamiglia: Odocoileini (Odocoileinae) Sottospecie italiane:

* Capreolus capreolus capreolus - Linnaeus, 1758 (Arco alpino, Appennino settentrionale, Abruzzo, Sila) * Capreolus capreolus italicus - Festa, 1925 (Gargano, Castelporziano, Monti di Orsomarso)

In base ad una recente revisione della sistematica del Capriolo europeo le diverse sottospecie descritte in passato (transylvanicus, canus, thotti, ecc.) sono state ritenute di dubbia validità e tutte le popolazioni vengono oggi tendenzialmente attribuite alla forma nominale. Le popolazioni di Capriolo diffuse sull`arco alpino e nell`Appennino settentrionale, originatesi per immigrazione dall`Europa centrale e/o frutto di reintroduzioni operate con soggetti provenienti da quest`area, debbono dunque essere attribuite a C. c. capreolus. I piccoli nuclei presenti nella Tenuta Presidenziale di Castelporziano (Lazio), nella Foresta Umbra (Gargano, Puglia) e nei Monti di Orsomarso (Calabria) rappresenterebbero le uniche popolazioni relitte del Capriolo un tempo presente in tutta l`Italia centro-meridionale, riconducibile secondo Festa (1925) alla forma italicus.

Recenti lavori di carattere genetico sembrano confermare questa tesi, almeno per ciò che concerne la popolazione di Castelporziano, mentre i caprioli presenti nella Toscana meridionale (colline senesi e Maremma) potrebbero derivare dall`incrocio del genotipo originario con quello appartenente a soggetti importati dall`Europa centrale.

Geonemia Il Capriolo è diffuso in tutta l`Europa continentale, Gran Bretagna, Asia Minore, Iran, Palestina ed Iraq; più ad est, dalla Russia europea attraverso l`Asia centrale sino all`Amur, è sostituito da una specie affine ma caratterizzata da maggiori dimensioni, il Capriolo siberiano (C. pygargus). Il limite settentrionale dell`areale europeo è rappresentato dal 67° parallelo in Scandinavia, quello meridionale dalla Turchia e quello orientale da una linea ideale che unisce il lago Ladoga al Mar Nero.

In Italia sono attualmente individuabili due grandi subareali: il primo comprende tutto l`arco alpino, l`Appennino ligure e lombardo sino alle province di Genova e Pavia ed i rilievi delle province di Asti ed Alessandria; il secondo si estende lungo la dorsale appenninica dalle province di Parma e Massa Carrara sino a quelle di Terni e Macerata ed occupa anche i rilievi delle province di Pisa, Siena, Grosseto e Viterbo nonché la Maremma toscana. Questi due subareali sono tra loro separati da uno iato spaziale grosso modo compreso tra i fiumi Scrivia e Stirone. Piccoli areali disgiunti sono presenti nell`Italia centro-meridionale: oltre a quelli citati nel paragrafo precedente vanno ricordati quello del Parco Nazionale d`Abruzzo ed aree limitrofe e quello della Sila, entrambi originati da reintroduzioni effettuate a partire dalla metà degli anni Settanta.

Status e Conservazione Sino alla metà del XVIII secolo il Capriolo era abbondantemente diffuso pressoché in tutta l`Italia continentale ed in Sicilia. Successivamente, la crescita della popolazione umana e la sua capillare invasione di ogni territorio con lo sviluppo delle attività agro-silvo-pastorali ha provocato una progressiva contrazione sia dell`areale della specie sia della consistenza delle sue popolazioni, principalmente a causa della persecuzione diretta di cui è stata oggetto. La fase più acuta di questo fenomeno corrisponde al periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale, quando il Capriolo era presente con poche popolazioni tra loro isolate, concentrate soprattutto nell`arco alpino orientale e nella Maremma.

A partire dalla fine degli anni `60 si è verificata un`inversione di tendenza che ha portato la specie a rioccupare una parte considerevole del proprio areale storico. Ciò è avvenuto grazie all`azione sinergica di più fattori: l`abbandono delle tradizionali attività rurali in vasti territori montani del Paese con il conseguente miglioramento delle condizioni ambientali (parziale riconquista delle superfici un tempo coltivate da parte della vegetazione forestale pioniera) e diminuzione della pressione diretta da parte dell`uomo sulle popolazioni relitte, introduzione di norme tese a vietare o regolamentare la caccia alla specie, immigrazione in nuovi territori da parte di soggetti provenienti dai nuclei residui, operazioni di reintroduzione operate in più settori geografici soprattutto dalle Pubbliche Amministrazioni. Nell`Italia centro-meridionale il Capriolo occupa invece una frazione estremamente ridotta dell`areale potenziale con poche popolazioni di piccole dimensioni tra loro fortemente isolate.

Attualmente non è possibile stimare con precisione la consistenza globale della specie sul territorio nazionale, ma essa dovrebbe aggirarsi intorno ai 400.000 capi. Localmente, in particolare in alcuni settori dell`Appennino ligure e tosco-romagnolo, sono state riscontrate densità assai elevate, sino ad oltre 40 capi per Kmq, anche se in generale la densità delle popolazioni risulta ancora distante da quella potenziale. Il Capriolo è cacciato, in genere sulla base di piani di prelievo selettivi, in tutte le province alpine ed in quelle di Savona, Alessandria, Parma, Massa Carrara, Pistoia, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Firenze, Ravenna, Forlì, Arezzo, Siena e Grosseto con un prelievo complessivo annuale stimabile in 32.000 capi.

Problemi di conservazione Nella parte centro-settentrionale del Paese il Capriolo mostra uno stato di conservazione generalmente soddisfacente ed in progressivo miglioramento, anche se non mancano situazioni locali nelle quali una cattiva gestione tende a mantenere tuttora densità di popolazione assai inferiori a quelle potenziali o ad impedire, attraverso il bracconaggio sistematico, la naturale ricolonizzazione del territorio. Questi fattori limitanti andrebbero rimossi in modo da ottenere una diffusione più omogenea della specie e la saldatura dei due grandi subareali in corrispondenza delle province di Piacenza e La Spezia, eventualmente anche attraverso reintroduzioni mirate.

Nell`Italia centro-meridionale il Capriolo versa in uno stato di conservazione estremamente precario e risulta prioritaria la messa in atto di azioni tese da una parte a salvaguardare i nuclei autoctoni residui favorendone l`espansione e dall`altra lo sviluppo di programmi di reintroduzione ovunque gli enti gestori siano in grado di ridurre in maniera significativa il bracconaggio ed il randagismo canino, che rappresentano i principali fattori limitanti per il successo di tali programmi.

Origine delle popolazioni italiane Le prime forme di Cervidi dotate di appendici frontali (palchi) comparvero in Eurasia nel Miocene superiore e nel Pliocene (Procervulus, Dicrocerus); i primi resti fossili attribuibili al Genere Capreolus risalgono al tardo Pliocene e quelli attribuibili al Capriolo attuale al tardo Pleistocene. In Italia resti di C. capreolus sono stati rinvenuti in numerose località della penisola (Liguria, Veneto, Toscana, Lazio, Basilicata, Puglia), soprattutto nei giacimenti antropozoici, associati alla fauna quaternaria.

Distribuzione Ecologica L`optimum ecologico per il Capriolo è rappresentato da territori di pianura, collina e media montagna con innevamento scarso e poco prolungato nei quali si sviluppa un mosaico ad elevato indice di ecotono caratterizzato dalla continua alternanza di ambienti aperti con vegetazione erbacea e boschi di latifoglie. Tuttavia la specie accetta una vasta gamma di situazioni ambientali diverse, dalle foreste pure di conifere alla macchia mediterranea. In Italia, contrariamente a quanto avviene in altri paesi europei, manca pressoché totalmente dalle pianure intensamente coltivate, mentre è diffuso lungo le due catene montuose principali, dal piano basale al limite superiore della vegetazione arborea ed arbustiva (Orizzonte alpino), nonché nei rilievi minori della fascia prealpina e in quelli che formano l`Antiappennino toscano.



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